Di Paola Butera
C’è un’atmosfera particolare nel laboratorio di Maria Contigiani: è un mix tra i colori dei filati pregiati e la creatività che non riposa mai. Seduta tra rocche di cashmere e macchinari d’avanguardia, Maria emana un’energia contagiosa. La sua non è solo un’azienda, è un laboratorio di idee dove la tradizione umbra sfida costantemente la modernità. Donna dalla mente brillante e instancabile innovatrice, Maria ha fatto del “fare bene” una missione di vita. Mi sono fatta raccontare come è riuscita a trasferire l’anima di Gualdo Tadino in un filo prezioso.

Qual è il tuo primo ricordo legato alla lana?
Il mio primo ricordo tattile risale ai quattro anni nel mio paese d’origine Loro Piceno in provincia di Macerata. Ricordo che osservavo rapita una vicina di casa mentre lavorava all’uncinetto. Un giorno le chiesi: “Mi fai provare?”. Lei era scettica vista la mia età, ma rimase sbalordita nel vedere con quanta naturalezza iniziai la mia prima catenella. Da lì non mi sono più fermata: maglia alta, maglia bassa… era un istinto primordiale.
A sei anni, grazie a mia madre, sapevo già usare i ferri. Mentre a scuola imparavo l’alfabeto, a casa realizzavo la mia prima maglietta a dritto e rovescio. Mia madre mi trasmise una tecnica che all’inizio è difficile per tutti: il rovescio, che per molti era un ostacolo insormontabile, per me divenne subito familiare.

A tredici anni, finita la terza media, mi incoraggiò a “imparare il mestiere” mandandomi da una signora che aveva una macchina per maglieria. In un’epoca in cui il ready-to-wear di massa non esisteva ancora, imparai istantaneamente: sembrava che le mie mani conoscessero già quei movimenti meccanici. Visto il mio entusiasmo, acquistammo la mia prima macchina: una Dubied svizzera. Fu la svolta. Iniziai a collaborare con un rappresentante di Macerata che mi forniva lana e modelli per conto di grandi ditte. A sedici anni, però, arrivò la vera scuola di maglieria: una ditta che lavorava per Luisa Spagnoli. Lì ho imparato il significato della precisione millimetrica: le misure, le rifiniture, il controllo qualità. Se volevi imparare a lavorare “bene”, quello era il posto giusto. In seguito, acquistai una seconda macchina per produrre cuffie e passamontagna, articoli allora richiestissimi nel maceratese. Anche mia madre si unì a me, alternando il duro lavoro nei campi alla passione per la maglieria. Poi il matrimonio e il trasferimento a Gualdo Tadino. Portai con me le due macchine acquistate dai miei. Ricordo ancora una maglia realizzata per mio marito oltre quarant’anni fa: le cuciture sono ancora oggi invisibili, perfette. La vera svolta imprenditoriale avvenne nell’87. In un momento di crisi lavorativa di mio marito, decisi di fare il grande passo: mi iscrissi all’albo degli artigiani e aprii il mio primo laboratorio. Era uno spazio piccolo, spesso invaso dal caos dei miei figli piccoli che goicavano tra i macchinari, ma è stato l’inizio ufficiale della mia storia e quella dei miei figli che lavorano anch’essi nell’azienda familiare e che hanno contribuito allo sviluppo tecnologico.

Il mercato è spesso dominato da logiche industriali. In che modo la tua sensibilità di donna ha influenzato le tue scelte?
La mia filosofia si riassume in un chiodo fisso: le cose vanno fatte bene. Non conta il valore economico; che mi paghino dieci o cento euro, l’impegno e il controllo qualità restano identici. Come donna, ho dovuto affrontare scetticismi quotidiani da parte dei dirigenti delle grandi ditte, ma ho sempre lasciato che fosse il mio lavoro a parlare. Dal 1987 abbiamo lavorato per i più grandi nomi della moda: da Cucinelli a Prada, fino a Fedeli. La mia sensibilità sta nel preferire il prodotto “buono”, controllato e curato, alla logica dei grandi numeri.
Come è nato il tuo marchio?
Circa vent’anni fa, grazie a un bando regionale per piccoli artigiani. Iniziammo con alcune fiere a Düsseldorf e poi a Firenze, dove attirammo l’attenzione di un buyer giapponese. Rimase così colpito dalla collezione da ordinare trecento capi: una cifra enorme per noi allora. Quell’incontro mi portò in Giappone nel 2004 per presentare i capi. Il cliente voleva mostrare al suo pubblico il volto e le mani di chi creava quelle maglie in Italia. È stato il viaggio della vita, un riconoscimento immenso.
Oggi chi è il cliente tipo di Maria Contigiani Cashmere?
Da circa dieci anni abbiamo aperto il nostro Atelier in centro a Gualdo Tadino e lì arrivano diversi clienti, anche di passaggio ma che poi rimangono fedeli. Il nostro target lo definirei “Sporty Chic”. Ci rivolgiamo a donne che cercano un capo curato, lontano dai loghi appariscenti. Anche a uomini che cercano un classico intramontabile, tipo un girocollo o uno scollo a V in cashmere o in merinos fatto a regola d’arte, e preferiscono comprare da un produttore artigianale piuttosto che dalle grandi firme. Usiamo solo filati nobili: cashmere, merino extrafine, seta, cotone e lino. Poi ogni nostra maglia porta con sé un piccolo tesoro: un campione di filato originale allegato al cartellino. È un invito che rivolgiamo a ogni cliente: “Conservatelo”. Siamo tra i pochi a offrire un servizio di riparazione dedicato: qualora il capo dovesse subire un piccolo danno o un’usura accidentale, lo accogliamo nuovamente in laboratorio. Grazie al filato originale e alla nostra competenza tecnica, restauriamo la maglia riportandola alla sua bellezza originaria. Un servizio esclusivo, disponibile sia in boutique che tramite spedizione, perché un capo di pregio merita di essere eterno.
In un mestiere antico, come convivono tecnologia e saper fare manuale?
La tecnologia è fondamentale, permette lavorazioni impensabili in passato. Tuttavia, l’innovazione deve poggiare sulla base: la struttura di una maglia, gli scalfi, le proporzioni derivano dal lavoro a mano. Se conosci la base, la tecnologia diventa un alleato potente. Ma è importante anche il recupero creativo. Per noi il cashmere è una materia prima preziosa, quasi sacra, che non ammette sprechi. Da questa profonda etica della sostenibilità nasce la nostra linea di accessori e micro-creazioni: sciarpe, guanti, cappelli e una linea dedicata ai più piccoli, realizzati con la stessa cura dei capi principali. Poi un mio sfizio le Collane nate da uno studio accurato che reinterpreta l’estetica del macramè. Ma a differenza delle lavorazioni comuni in nylon, noi creiamo la nostra “corda” partendo dal singolo filo di cashmere. Attraverso passaggi complessi, lavorazione a più capi (fino a dieci fili), trasformiamo le rimanenze in tubolari e cordoni di lusso, poi intrecciati rigorosamente a mano. Non è semplice recupero, è progettazione consapevole. Ogni grammo di filato viene nobilitato per dare vita a manufatti unici, dove la tecnica artigianale incontra il rispetto per le risorse. La tecnologia oggi ci aiuta anche a saper comunicare: puoi avere il prodotto più bello del mondo, ma se resti invisibile non sopravvivi.

E infine che consiglio daresti a una giovane donna che sogna di aprire una bottega artigiana?
Il filo più difficile da tenere stretto è l’equilibrio tra vita privata e impresa. Io ho avuto la fortuna di poter lavorare in casa, gestendo i tempi tra la famiglia e i ferri, spesso anche di notte. Se penso a dove sono arrivata e a quanti sacrifici ho fatto… L’anno scorso ho ricevuto il premio ‘Umbria in Rosa’ dalla Provincia di Perugia per aver trasformato la maglieria in un linguaggio di eleganza e identità. Con il mio brand, interamente Made in Umbria, ho saputo custodire e rinnovare la tradizione del cashmere e il mio consiglio alle giovani oggi è: “imparate il mestiere”. Non ci si può improvvisare. Aprire un’impresa oggi richiede competenza solida, pazienza e una determinazione feroce. La padronanza della tecnica è la base di ogni successo.
Info: Maria Contigiani Cashmere – Corso Italia,12 Gualdo Tadino (PG) – www.mariacontigiani.it
