Di Paola Butera

 

Intervista alla Fashion-artist Cinzia Verni, che trasforma la fragilità della materia in sculture da indossare.

 

 

Il percorso artistico di Cinzia Verni è una narrazione affascinante che intreccia l’eleganza dell’Alta Moda con la sperimentazione materica della carta. Muove i primi passi nel cuore del fashion design, collaborando con Emma Bini che ha disegnato per  nomi prestigiosi dello stile italiano, da Valentino (Oliver) a Versace (Versus), da Gianfranco Ferrè (Oaks) a Fendissime. La sua formazione è segnata dal rigore e dall’estetica dei grandi maestri. Nel 1998, l’artista intraprende un percorso di ricerca personale che la porta a eleggere la carta e i materiali di riciclo come suoi strumenti espressivi principali. Crea gioielli, installazioni e, soprattutto, abiti-scultura che l’hanno portata su palcoscenici internazionali, come la Biennale del Cinema di Venezia e la Biennale Internazionale della Carta a Lucca. Si è conclusa da poco a Corciano la mostra “Donne da Raccontare”, dove Cinzia Verni ha portato la sua esperienza pluridecennale nel design e nell’artigianato artistico verso una dimensione di racconto corale e profondamente umano. La sua firma stilistica risiede nella capacità di “nobilitare” la carta, lavorandola con tecniche che spaziano dall’intreccio alla manipolazione materica, fino a renderla simile a tessuti preziosi. Iniziamo la nostra intervista chiedendole:

La tua recente mostra a Corciano ha creato un cortocircuito affascinante tra la solidità storica del borgo e la delicatezza delle tue opere. In che modo l’atmosfera e la storia di questo luogo hanno influenzato l’allestimento e la percezione dei tuoi abiti?

Corciano è il luogo in cui vivo da oltre trent’anni, ho avuto modo di studiarlo a fondo, è un borgo che trasuda storia. Nel mio lavoro, che ha una matrice contemporanea e concettuale, ho cercato di unire queste due forze: la memoria del luogo e l’astrazione del mio segno. Per questa mostra ho scelto di rappresentare dodici donne, la maggior parte delle quali legate al territorio e al borgo stesso. Sono diventate il simbolo di una società corcianese fatta di radici profonde. Se il borgo rappresenta la storia, io mi muovo più sulla “geografia” dei concetti e dei simboli. Vivendo a contatto con queste persone e con il folklore locale, ho voluto proiettarle nella modernità, offrendo di loro una visione quasi futuristica. In questo senso, la carta è il mezzo perfetto: è fragile ma, al contempo, possiede una forza intrinseca che dialoga con la solidità delle mura di Corciano.

Guardando le tue creazioni si ha l’impressione che la carta smetta di essere tale per diventare seta, pizzo o addirittura corazza. Qual è il processo creativo dietro la manipolazione delle texture? C’è un tipo particolare di carta a cui sei più legata?

La carta è un materiale fragile che si fortifica attraverso la manipolazione e i trattamenti materici. Prediligo le carte giapponesi o quelle fatte a mano, che sono il tratto distintivo della mia produzione. Tuttavia, la mia ricerca non si ferma: l’ispirazione può nascere anche da un semplice foglio di giornale. Le mie prime opere, ad esempio, sono state realizzate con le pagine de Il Sole 24 Ore. Mi affascinava l’idea della “New Economy”: l’economia, come la carta, vive in un equilibrio precario tra forza e fragilità. È un materiale che sta in equilibrio: pensiamo al peso storico dei manoscritti e, di contro, alla carta che si disfa con un filo d’acqua tornando polpa. È proprio giocando con questa polpa, modellandola strato su strato, che riesco a conferire all’abito una consistenza quasi scultorea.

Tra tutte le tipologie che utilizzi, ce n’è una che prediligi per la resa finale o per la facilità di manipolazione?

La carta fatta a mano resta per me la più affascinante. Possiede una forza diversa perché conserva il legame con la sua origine: la polpa di cellulosa. Il processo che porta dalla fibra alla battitura, fino all’unione con elementi naturali o leganti, permette di creare carte stratificate e plasmabili. Sono quelle che mi danno più soddisfazione: basta un pizzico di colla o una punta di miele per unire le fibre e trasformare il foglio in pura materia viva.

Un abito di carta sfida il concetto di utilità della moda tradizionale. Cosa vuoi comunicare attraverso opere che non possono essere “vissute” nel senso comune del termine? C’è un messaggio di sostenibilità o di riflessione sull’effimero?

In realtà, l’idea che questi abiti siano puramente effimeri è un falso mito. Ogni mia opera nasce da un concetto — una frase, un incontro, una suggestione — ma la mia formazione nell’Alta Moda mi permette di dare a queste creazioni una struttura sartoriale reale. Ho realizzato persino abiti da sposa in carta perfettamente indossabili. Ho battezzato questa collezione Haute Carture: una sartoria d’arguzia e di pensiero. Spesso l’ispirazione nasce conoscendo persone che svolgono mestieri che mi attraggono. Penso alla direttrice del grande centro commerciale Quasar che ho incontrato recentemente: una donna che deve gestire relazioni complesse, negozi e conflitti con grande consapevolezza. Per lei ho immaginato un “abito-scontrino a sentimento”, che riassumeva simbolicamente la sua giornata e il suo carico emotivo. A volte bastano tre parole scambiate con qualcuno perché io veda già l’abito finito. È un lavoro di sintesi tra la realtà e l’immaginazione.

La carta è un materiale incredibilmente resiliente, eppure mantiene una natura delicata. Pensi che questa dualità rispecchi le donne che hai deciso di rappresentare?

Assolutamente sì. Noi donne siamo fragili eppure potentissime, capaci di sostenere il peso del mondo. Penso alla donna come a colei che, per eccellenza, porta avanti la famiglia e le aziende, facendosi carico di responsabilità enormi. Proprio per questo mi riallaccio al concetto del Sole 24 Ore: la donna è “sola” per 24 ore, ma splende come il sole. È una solitudine che non è isolamento, ma una forza luminosa e costante.

Questi dodici abiti sono legati profondamente all’Umbria e al borgo di Corciano. Possiamo definirli come delle “mappe emotive” della regione?

Sì, è una definizione calzante. Rappresentando figure come l’ex sindaca di Corciano, ho voluto omaggiare l’intera Umbria. Lei è stata senatrice, ha portato il nostro territorio ovunque, e la sua figura è stata l’input perfetto per raccontare la storia locale. Ma non è l’unica: ogni donna scelta ha una storia indissolubilmente legata a questa terra. Non c’è solo la professionalità o la forza, c’è proprio un rapporto viscerale tra l’identità femminile e il paesaggio corcianese.

La mostra non è quindi solo un’esposizione, ma un racconto corale. In che modo hai selezionato queste dodici protagoniste e quali tratti della loro personalità hai cercato di “cucire” nella carta?

Non è stata una selezione accademica, cercavo dodici donne diverse che rappresentassero vari “status” e fasi della vita. Ho scelto, ad esempio, una cardiologa giovanissima: l’ho vista crescere e l’ho sempre percepita come una persona molto impostata per via del suo lavoro. Nel suo abito ho voluto infondere quella leggerezza che lei non sempre riesce a mostrare esternamente. Quando l’ha visto, si è commossa: ha capito che avevo colto non la superficialità, ma il suo lato ludico e vitale. Poi c’è la direttrice del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria: una donna che gestisce un’istituzione importante, è un’archeologa e contemporaneamente madre di cinque figli. Il mio “transfert” creativo è nato subito pensando all’energia incredibile che deve sprigionare per far convivere tutti questi mondi. O ancora la bibliotecaria, che è anche una cantante di canti gregoriani: la ricerca sulla carta per lei è stata guidata dal suono. Vedi, queste dodici donne sono come gli alberi in un bosco: ognuno ha radici diverse, ma insieme creano quell’energia vitale che ci permette di respirare.

Oltre alle icone che hai citato, c’è una figura più vicina alla tua storia personale, una sorta di “tredicesima donna”, a cui dedicheresti un abito o a cui ti ispiri costantemente?

Se penso a una donna che ha segnato profondamente il mio percorso, non posso che fare il nome di Marilisa Cuccia, storica proprietaria dell’Abbazia di Spineta. Per anni, quell’abbazia è stata un faro di arte, ricerca e cultura, un luogo dove il pensiero regnava sovrano. Marilisa mi ha dato tantissimo: era una donna dotata di un’estetica estrema, proprio quel tipo di bellezza superiore che ricerco ossessivamente in ogni cosa fin da quando ero bambina. Ma il suo insegnamento non è stato solo estetico. Mi ha trasmesso una grande umanità e ha fatto moltissimo per il territorio in cui sono nata e cresciuta, Sarteano. Attraverso il premio sull’ecologia da lei istituito e i numerosi congressi organizzati a Spineta, ha creato occasioni di arricchimento interiore straordinarie, portando figure di altissimo profilo a confrontarsi su temi vitali. È stata una donna dall’intelligenza brillante, capace di combattere fino all’ultimo istante con una dignità e una forza fuori dal comune. Per me è stata una fonte d’ispirazione continua. Quando penso a lei, vedo una donna con una “struttura” d’animo formidabile e quell’energia pura che tutti ricerchiamo e che, in fondo, si ritrova nella semplicità e nell’essenza stessa delle cose. Dedicare un abito a lei significherebbe provare a tessere insieme questa sua estetica sublime con la forza della sua eredità culturale.

 

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