Di Francesco Rosi

 

Quando oggi chiediamo «Che ore sono?», non esiste più alcuna incertezza nella risposta. Viviamo in un mondo perfettamente sincronizzato grazie agli smartphone e alla rete globale che li connette. Ma chi ci fornisce l’ora? Chi controlla il nostro tempo?

 

La risposta è sconosciuta ai più e diamo per scontato che i nostri dispositivi continueranno a funzionare con la stessa affidabilità.

Il Tempo Coordinato Universale (UTC) è determinato utilizzando una rete di orologi atomici altamente precisi distribuiti in tutto il mondo e specifici enti collaborano per garantire la coerenza dei segnali di tempo a livello globale. L’unità di misura fondamentale del tempo, il secondo, non dipende più dal moto della Terra, ma dalle oscillazioni dell’atomo di cesio, mentre la scala UTC viene periodicamente corretta per rimanere allineata alla rotazione terrestre.

Una simile precisione non è un semplice esercizio scientifico: oggi costituisce un’infrastruttura indispensabile per il funzionamento della società contemporanea.

“Il tempo è denaro”, scriveva Benjamin Franklin e, ancor di più, “il tempo è potere”: chi lo controlla regola la società civile. Algoritmi setacciano i mercati finanziari eseguendo negoziazioni ad alta frequenza (HFT) e lucrando su transazioni di durata variabile che possono arrivare ai millisecondi.

Il sistema dei fusi orari riferito al meridiano di Greenwich, che ci è così familiare, appartiene ormai al XIX secolo ed è il risultato di un percorso lungo, sofferto e non privo di sorprese e aneddoti.

Si può dire, almeno simbolicamente, che il mondo sia diventato realmente sincrono il 9 marzo 1911, quando anche la stazione radio della Torre Eiffel adottò il segnale orario di Greenwich. L’impulso elettrico che attraversò il primo cavo sottomarino fra Europa e America, posato solamente nel 1866 dopo enormi sforzi e molti insuccessi, fu il segnale orario che permise di determinare con precisione la longitudine relativa dei due continenti.

I treni trasportavano ormai merci e persone, i telegrafi ticchettavano trasferendo l’informazione alla velocità della luce in tutto il globo.

Garantire la sincronia è quindi una necessità imprescindibile del mondo contemporaneo ma non è sempre stato così.

Prima di tutto questo esisteva l’orologio solare. È il più antico strumento per misurare il tempo, una rappresentazione del moto apparente del Sole nella volta celeste realizzata dall’ombra proiettata dallo gnomone sul quadrante.

L’orario era una questione locale condivisa da piccole comunità e i modi di misurarlo e di dividere il giorno cambiarono adattandosi alle esigenze dei diversi periodi storici.

I fenomeni certi, che ogni uomo esperiva quotidianamente, erano l’alba, il tramonto e, seppur meno evidente, il momento del mezzogiorno nel quale il Sole culminava nel cielo.

Quando si cominciò a scandire la giornata dividendola in ore, non tutti accolsero favorevolmente questa novità, come testimoniano ironicamente le parole di Plauto nel II secolo a.C.:

“Che gli dei smascherino il primo che ha inventato la divisione delle ore, il primo che ha messo in questa città un orologio solare.

Per nostra sfortuna, ci ha tagliato il giorno a fette.

Durante la mia infanzia non esistevano orologi

all’infuori della mia pancia.

Era per me l’orologio migliore, il più esatto”

Nel 525 d.C. San Benedetto formalizzò la pratica già diffusa tra i primi monaci ed eremiti della preghiera del mattino e della sera, e delle preghiere di Terza, Sesta e Nona. Il giorno, dall’alba al tramonto, era diviso in dodici ore come pure la notte; la durata delle ore non era quindi costante durante l’anno ma, per le nostre latitudini, variava dai 45 minuti invernali ai 75 minuti estivi.

“Era circa l’ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all’ora nona; il Sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”. (Lc 23, 44-46)

In epoca medievale l’orientamento astronomico dei luoghi di culto era attentamente ricercato. I raggi solari che vi penetravano realizzavano raffinati effetti a sottolineare i momenti salienti del giorno e dell’anno. Questo viene meno negli edifici di impianto rinascimentale quando l’introduzione della bussola e delle moderne teorie filosofiche e scientifiche allentarono il profondo legame simbolico che univa l’uomo medievale all’osservazione del cielo.

Sono inoltre gli anni in cui si cominciano a realizzare i primi orologi meccanici ed entra nell’uso comune il cosiddetto sistema a ore italiche nel quale il nittemero (periodo che comprende un giorno e una notte consecutivi) viene diviso in 24 ore di ugual durata. Il cambio della data avviene al tramonto, come era in uso in oriente. La lettura degli orologi solari a ore italiche indicava quante ore mancassero al tramonto, informazione essenziale per comunità raccolte entro mura che al calar del Sole chiudevano le porte della città. Questo sistema, con la piccola variante del sistema a “ore italiche da campanile” (la ventiquattresima ora scocca mezz’ora dopo il tramonto, all’Ave Maria) è riportato in uno dei grafici dell’orologio solare sulla facciata del Comune di Spoleto. Il “temperatore”, incaricato di regolare gli orologi meccanici pubblici, osservava il mezzogiorno indicato dalla meridiana e riallineava l’orologio meccanico. Di queste meridiane, che riportano soltanto la linea del mezzogiorno, rimangono rari esempi nel nostro territorio; una fra tutte è quella presente nel parco di Villa Redenta, a Spoleto, che ho avuto occasione di studiare durante il recente restauro del manufatto.

Le ore francesi, che ancora oggi utilizziamo, vengono introdotte in Italia in tempi diversi e non senza difficoltà a partire dal periodo napoleonico. Gli orologi meccanici, sempre più precisi e a buon mercato, soppiantano completamente gli orologi solari relegandoli al ruolo di curiosi strumenti scientifici o decorativi.

Il mio incontro con la gnomonica (scienza e arte di progettare, calcolare e costruire gli orologi solari) risale all’infanzia. Ogni mattina, andando alla scuola elementare, passavo davanti all’imponente quadrante solare presente sulla parete della “Scuola Agraria” a Città di Castello. Seppur bambino, l’oggetto mi affascinava nella sua evidente complessità e alle domande sul suo funzionamento le risposte erano sempre approssimative ed evasive. Molti anni dopo, diventato architetto e approfondite discipline come la matematica e la geometria descrittiva, quella meridiana sarebbe diventata il mio primo intervento di restauro. Nell’introduzione al volume ”Le Antiche ore” di Mauro Bifani e Manlio Suvieri ho scritto che le meridiane ci riportano alla sorgente elementare della nostra nozione di tempo: l’alternarsi della notte e del giorno; ci sottopongono nuovamente alle leggi ancestrali del firmamento e del suo moto apparente. Progettarle e realizzarle richiede di padroneggiare tecniche di calcolo e capacità manuali necessarie a rendere l’oggetto quanto più preciso possibile. Il risultato non ha mai però l’aspetto scarno di un semplice strumento di misura: è una combinazione di arte e scienza.

L’approccio alla gnomonica ha un alto valore didattico coinvolgendo discipline quali matematica, informatica, geometria descrittiva, astronomia, geografia e storia; buone dosi di manualità e d’ingegno sono necessarie per la realizzazione di orologi solari.

Oggi il nostro tempo è affidato a satelliti, reti informatiche e orologi atomici. Le meridiane, invece, ci ricordano che all’origine di ogni misura del tempo c’è il Sole. Il lento scorrere dell’ombra sul quadrante continua a raccontare il rapporto ancestrale tra l’uomo e il cielo.

 

 

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