Di Silvano Alpini
Durante gli anni del collegio, più dei classici, mi affascinavano Bertolt Brecht e Pier Paolo Pasolini. Cercavo un teatro capace di interrogare la società, mostrarne le contraddizioni e mettere in discussione il potere.
Quella passione mi portò a partecipare come attore allo spettacolo Vita e morte di Pier Paolo Pasolini, interpretando diversi personaggi, tra cui l’Ombra Nera del Potere, simbolo delle forze che cercavano di soffocare la libertà dello scrittore. Fu un’esperienza decisiva: non volevo un teatro di solo intrattenimento, ma un palcoscenico capace di dare voce a chi non ne aveva. Perché tra quelle tavole polverose anche chi vive ai margini può diventare gigante.
Questa convinzione ha guidato il mio percorso artistico e mi ha portato a essere tra i fondatori dell’Associazione Culturale Masaccio, dove ricopro il ruolo di direttore artistico, regista e autore teatrale. Per me dirigere significa soprattutto lavorare con le persone, comprenderne le possibilità e accompagnarle nella ricerca di un linguaggio espressivo. Ho affrontato la sofferenza psichica attraverso Alda Merini, il rapporto tra genitori e figli con Ascoltami anche se non senti la mia voce, che ebbe Vladimir Luxuria come madrina della prima, e la figura di Aldo Moro con Moro, l’uomo degli ultimi giorni di vita. Ho realizzato anche spettacoli contro la violenza sulle donne. Storie diverse, unite dalla necessità di mostrare ciò che troppo spesso preferiamo ignorare.
Ho sempre pensato che la passione non bastasse. Lavorare con le persone, soprattutto con chi incontra difficoltà nell’esprimersi, richiede preparazione e responsabilità.
Ho conseguito Master in Pedagogia Teatrale e Teatro Sensoriale, un attestato del Teatro della Limonaia e studiato per quattro anni TeDaVi con Alessandro Riccio.
Ho approfondito gli insegnamenti di Stanislavskij, Stella Adler e Uta Hagen, partecipando anche a corsi di aggiornamento psicologico grazie alla collaborazione con Atracto.
Oggi seguo un ulteriore Master sul teatro con persone autistiche, in particolare bambini e adolescenti.
Non considero questi percorsi titoli da esibire, ma strumenti per rispettare la fiducia di chi sceglie di affidarsi a me.
Da quindici anni collaboro con il gruppo Atracto, un’esperienza di teatro inclusivo che ha dato un significato profondo al mio lavoro. Qui ognuno offre ciò che può: una voce, un gesto, uno sguardo, una presenza. Non esiste un modello unico di corpo o di espressione.
Ho imparato che ciò che nella vita quotidiana appare come una difficoltà può diventare sul palcoscenico una possibilità creativa. Una mano senza forza può prendere voce, un deambulatore diventare il prolungamento del corpo. Non significa negare i limiti, ma smettere di definire le persone attraverso ciò che non riescono a fare.
Ogni incontro è un’emozione, ogni piccolo traguardo una conquista. Il valore di questo teatro non sta nella perfezione dello spettacolo, ma nella possibilità per ciascuno di sentirsi parte di qualcosa. Perché il palcoscenico non concede spazio: riconosce il diritto di tutti a occuparlo.
A un certo punto ho sentito che alcune storie avevano bisogno di un linguaggio diverso. È nato così Il gelo nel cuore, il mio primo libro, che intreccia elementi autobiografici e attenzione verso le ferite dell’infanzia. Ho scritto soprattutto per quei bambini, testimoni muti e vittime troppo spesso dimenticate. Ho avuto il piacere di presentarlo insieme all’amico giornalista Enzo Brogi, che ha creduto in questa storia fin dall’inizio. Nel 2027 usciranno altri due romanzi: Una donna in guerra, ambientato alla fine della Seconda guerra mondiale, e L’uomo venuto da lontano, storia di un uomo senza nome immerso nelle contraddizioni dell’esistenza. Tre opere diverse, accomunate dal desiderio di raccontare fragilità e vite inascoltate. Per me scrivere e fare teatro rispondono alla stessa necessità: dare voce al silenzio.
Oggi ripenso spesso a quel ragazzo che aveva paura degli altri e che, entrando in teatro, scopriva di poter affrontare le proprie insicurezze. Non avrebbe mai immaginato di dirigere spettacoli, fondare un’associazione, scrivere libri e dedicarsi al teatro inclusivo. Eppure tutto nasce da lì. Credo in un teatro aperto a tutti, indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale o dalla disabilità. Un teatro che sappia accogliere senza rinunciare alla qualità, educare senza imporre e ascoltare prima di chiedere agli altri di parlare. Continuo a studiare, scrivere e lavorare con le persone perché ogni incontro mi ricorda il motivo per cui ho cominciato. Non so se il teatro possa cambiare il mondo, ma so che può cambiare il modo in cui una persona guarda se stessa e viene guardata dagli altri. Il teatro mi ha dato una voce quando avevo paura di usarla. Ho scelto di dedicare il mio lavoro a chi quella voce la sta ancora cercando.
