Di Simone Bandini
Parliamo del valore dei segni e della bellezza trascendentale. Del potere magico e sublime del bello che il nostro tempo pare abbia perso, o meglio squalificato nei meandri del materialismo e dell’appagamento facile, immediato, riproducibile per pochi euro.
Vi racconto cosa mi è successo qualche giorno fa.
Avevo conosciuto, casualmente e per lavoro, una donna di origine tedesca che, da decenni ormai, vive nel cuore dell’Appennino toscano. Da sempre mi affascinano le scelte per così dire radicali – poiché giudico un valore di libertà la capacità di determinare il proprio quotidiano, al di sopra delle contingenze. Tanto che ci si potrebbe chiedere: per uno spirito libero è una scelta più estrema assecondare la propria natura mettendo in atto cambiamenti importanti, oppure rimanere nella stasi insopportabile di una situazione esistenzialmente irricevibile?
Ecco quella persona, per me, in un immaginario forse idealizzato, evocava proprio questa sensazione di libertà, di autodeterminazione. Da subito ebbi la sensazione che appartenesse al mondo delle cose possibili e non meramente necessarie. Mi sarebbe piaciuto collaborare con lei ma, per qualche ragione, non trovammo una quadra al nostro sodalizio professionale.
Poi ci siamo persi di vista per qualche anno. Forse tre, magari quattro anni.
Di recente, non so perché ho ripensato a lei, assecondando quella vaga sensazione di affinità ontologica e culturale che avevo provato, discorrendo con lei davanti a un caffè.
L’ho chiamata poiché stavo cercando un appoggio giornalistico in zona. Con poche speranze, pensando fosse troppo impegnata per dedicarmi del tempo.
Ho scoperto invece come quella intuizione fosse giusta. Ci siamo rivisti e abbiamo preso a collaborare, con una stima di fondo che ritengo, abbia una radice diversa – un’affinità elettiva (spero ricambiata!) di natura trascendentale.
Così l’altro giorno, stranamente, mi sono imbattuto in una foto che lei stessa aveva pubblicato online.
Una foto al tramonto: una strada panoramica, una quercia, un’agave in primo piano. Apparentemente niente di troppo speciale. Mi colpiva tuttavia il gioco armonico, il concorso di elementi condizionati dalle ultime luci del giorno – ad indicare una nuova via, metafisica, oltre la luce del giorno. Una via audace verso la notte, l’ignoto, passaggio dalla realtà naturale a quella immateriale. Un destino inevitabile per la condizione umana.
La domenica successiva, come sono solito fare di primo mattino, sono andato a correre sui colli fiorentini, per strade ancora deserte punteggiate da erti mura di pietra e olivi disegnati da potature pierfrancescane.
Ho incontrato solo una macchina che si è fermata poco dopo, attendendo che la raggiungessi.
Era lei. Che stava andando a Firenze.
“Ciao Simone!”.
Allora ho capito che bisogna fidarsi dei segni – se si ha la sensibilità e la profondità per farlo.