Di Simone Bandini
“Quest’ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli Dei né gli uomini, ma era sempre ed è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne”.
Frammento 30, Eraclito di Efeso

Ognuno di noi porta dentro di sé il ricordo intimo di un momento accanto al fuoco, una sensazione vivida della pelle che si scalda e si illumina. Luce e calore che emanano in perfetta simbiosi, tingendo le pareti e schiarendo le ombre che dimorano fuori e dentro di noi – di contro all’inverno e all’oscurità che avanzano, d’intorno e nel nostro animo.
Una lotta escatologica che si compie in modo simbolico, ed anche materiale, cosmico, di contrasto alle tenebre che avanzano: la luce, la fiamma, il calore, forgiano la forza apollinea, rigorosa e solare che fronteggia le truppe ostili del buio e dell’incerto.
Custodire il fuoco è dunque custodire, invero, una certezza: quella di un nuovo mattino, di un nuovo giorno dove estendere la nostra azione ed affermare il senso ciclico delle cose, visibili ed invisibili, mondane e intramondane.
Un’azione che si perde e si rinnova dalla notte dei tempi.
Per Eraclito di Efeso il fuoco rappresenta dunque il Logos, il principio razionale che governa il mondo, il divenire, ovvero il mutamento e il trasformarsi di tutte le cose. Il fuoco è l’Archè, il principio demiurgico, la scaturigine e l’eterno assieme, l’elemento che cambia continuamente, pur rimanendo sempre simile a sé stesso.
Non è, la fiamma ardente, sostanza solamente o puramente materiale, ma la forza ordinatrice dell’universo che ne regola l’incessante cambiamento. Un’intuizione archetipale e mistica che fa dire ad Eraclito ai suoi seguaci: “Se cerchi gli dèi, cercali nel fuoco”. L’anima stessa è frammento e monade del fuoco cosmico tanto che, con una metafora sorprendentemente eloquente e aderente, egli dice che l’anima ‘secca’ del sapiente è più pura, mentre quella ‘umida’ dell’uomo stolto è meno connessa al Logos universale – come appunto nel caso di un ubriaco! Molta etica, poca estetica, così lontano dal nostro sentire moderno.
Nell’antica Roma, il fuoco sacro conserva la sua funzione ancestrale: nel tempio di Vesta, le fiamme ardenti e sempre accese conservano l’armonia con gli dèi. Bruciando perpetue, manifestano la stabilità e la prosperità dello stato e delle famiglie. Custodire il fuoco è dunque l’atto simbolico più importante, nella sfera pubblica e privata: un compito affidato alle Vestali, sacerdotesse deputate alla sua veglia costante (Vesta è la dea del focolare, protettrice della Domus e di Roma).
Il fuoco di Roma, sacro e simbolico a un tempo, trascende il suo valore fisico condensando le cinque virtù ‘cardinali’ del popolo romano: Pietas (rispetto per gli dèi e gli antenati), Fides (fedeltà), Amor (sacrificio e servizio), Gravitas (dignità) e Fortitudo (forza d’animo).
Il senso sacro del fuoco si sublima e trascende nel Cristianesimo, con la famiglia umana che è allegoria della famiglia cosmica. Il fuoco è altresì un potente simbolo e manifestazione dello Spirito Santo, che illumina, riscalda e purifica la vita dei credenti – tanto che lo Spirito Santo discende sugli apostoli sotto forma di lingue di fuoco (Pentecoste).
Cosa è rimasto oggi dell’antica cura del fuoco?
La poesia, il mito, sensazioni di armonie lontane che ancora scaldano i nostri cuori.
Buon solstizio e Buon Natale ai nostri lettori.
Ascolto Consigliato: Richard Wagner, Die Walküre – III. Aufzug: Feuerzauber