A Cura della Redazione

 

La cosa bella, certe volte, è che le storie non arrivano annunciandosi.

 

Ti si siedono accanto, ordinano semplice, parlano piano. Quella sera a cena Mirko era così. Niente ingresso da campione del mondo. Un ragazzo normale, dai modi gentili, che mentre spezza il pane racconta una vita che ha imparato a stare in equilibrio. Come quando sul ring non vinci perché colpisci più forte, ma perché sai aspettare.

Al secolo, Mirko Gori, classe 1974. Segni particolari, pluricampione del mondo di Kickboxing. Sette titoli mondiali all’attivo e un’ottava cintura, non meno importante, conquistata lo scorso 2 giugno: quella di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per meriti sportivi.

Tra una chiacchiera e l’altra, Mirko mi spiega come la kickboxing – nata negli anni ‘60/’70 fondendo Karate, Muay Thai e Taekwondo – rappresenti una delle scelte migliori per uno sviluppo completo della persona: fisico, mentale ed emotivo. Si va ben oltre il semplice esercizio fisico. Ci si allena ad affrontare ciò che la vita mette davanti con lucidità, equilibrio e rispetto di sé.

A sentirlo parlare, il volto gli si illumina: è evidente che per Mirko non si tratta solo di sport.

È da questa convinzione, maturata nel tempo e profondamente sentita, che – racconta – nasce la sua nuova “sfida”: portare questa arte nelle scuole come linguaggio educativo per parlare di rispetto, consapevolezza e per contrastare il bullismo in tutte le sue forme – fisiche, verbali, sociali e digitali. Un’idea che ha raccolto consensi anche da parte dell’UIR (Unione Insigniti della Repubblica Italiana), che ne ha riconosciuto i valori e ha deciso di sostenerla ufficialmente.

Un progetto a due voci: corpo e mente

Accanto a Mirko c’è una figura fondamentale: Sara Segoloni, atleta agonista e psicologa, conosciuta sul ring come Sara Ares. “Lavoriamo su due piani”, spiega Mirko. “Io mi occupo della parte fisica: postura, presenza, gestione dello spazio e dell’emergenza. Sara lavora sulla mente: emozioni, stress, autostima e conseguenze psicologiche del bullismo”. Un approccio completo, che aiuta i ragazzi non solo a difendersi, ma soprattutto a capire cosa succede dentro di loro e negli altri.

 

 

Data zero: Cascia

 

Il progetto ha già una data zero che promette di fare scuola, letteralmente:

Quando: Giovedì 5 febbraio 2026 (dalle 8:00 alle 13:30)

Dove: Istituto Superiore Beato Simone Fidati di Cascia (PG)

Chi: Studenti delle scuole medie e superiori

Niente lezioni noiose ex cathedra: il percorso è pensato per essere concreto, coinvolgente e subito applicabile.

Tecniche di autodifesa, certo: per quando tutto il resto ha fallito. Ma grande attenzione alla prevenzione. “Il bullismo nasce quando qualcuno sente di valere solo se toglie spazio a un altro”. Si parlerà di postura, di voce, di distanza. Di come dire “no”. Quando un ragazzo si percepisce più capace cambia il suo modo di stare in mezzo agli altri. Non comunica più fragilità. La sicurezza personale è una forma di prevenzione e spesso diventa una risorsa per gli altri.

Un altro pilastro – curato dalla Dott.ssa Segoloni – capire le dinamiche di gruppo. Perché il bullismo raramente è un duello a due: è spesso un fenomeno collettivo, alimentato dal silenzio dei testimoni.

Qui entra in gioco l’educazione: capire le dinamiche del “branco”, leggere i segnali di tensione e acquisire strategie efficaci per disinnescare i conflitti prima che degenerino. Gestire l’impatto emotivo, mantenere lucidità sotto stress. Proprio come sul ring.

“È un tipo di educazione che poi ti porti fuori dalla palestra”: più capacità di ascolto, più autocontrollo, più rispetto: dell’istruttore, quindi dell’insegnante, dei compagni di allenamento, quindi di scuola che poi saranno i colleghi di lavoro. Rispetto per sé stessi. Rispetto delle regole.

Un bagaglio personale che è una competenza vera.

 

 

Un futuro da “adottare”

 

L’entusiasmo di Gori è contagioso. Mi racconta di come questo sia solo l’inizio di una serie. Dopo il successo di eventi passati, come quello al Palazzetto dello Sport Don Guerrino Rota di Spoleto davanti a 700 studenti, l’obiettivo è replicare il format ovunque ci sia bisogno.

“Il progetto può essere ‘adottato’ da altri istituti,” conclude Mirko, finendo il suo bicchiere d’acqua come se fosse un integratore dopo il match. “Vogliamo creare un ambiente sicuro. I ragazzi devono sapere che non sono soli e che hanno gli strumenti, dentro e fuori, per affrontare la vita.”

Ci salutiamo con una stretta di mano che trasmette sicurezza. Torno a casa pensando che se i nostri “Cavalieri” moderni sono come Mirko Gori – campioni che scendono dal piedistallo per entrare nelle classi e guardare i ragazzi negli occhi – allora forse, nella lotta contro il bullismo, abbiamo davvero una possibilità di vittoria.

 

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