I gabbiani di Belladanza

The gulls of the Belladanza dump
21/11/2017 - 09:30

"Niente vive a lungo
Solo la terra e le montagne.
(Antilope Bianca)

“Ho sentito dire che volete metterci in una riserva vicino alle montagne. Io non voglio andarci. A me piace scorazzare nelle praterie. Lì mi sento libero e felice, ma quando ci stabiliamo in un posto diventiamo pallidi e moriamo”.
(Satanta, capo dei Kiowa)

A voi i gabbiani di Belladanza sembrano felici? E voi stessi, inurbati e tristi, vi sentite davvero felici?
Se imboccate la E45 in direzione Perugia, poco dopo l’uscita di Santa Lucia, guardando sui campi alla vostra destra, vedrete una miriade di zolle punteggiate di bianchissimi bioccoli infreddoliti ed immobili, talvolta vivaci zampettare al sole. Altre volte punteranno come frecce appuntite dalle colline al Tevere facendo la barba alle vetture in corsa.
Già i gabbiani. Leggendari e impavidi compagni di traversate oceaniche, vedette di misteriosi e fantasmagorici vascelli a sollevare i drammi del corpo e dell’animo umano. Animali totemici della condizione umana in solitudine e rivolta, infilzati dagli strocchi del tabacco in un campo di periferia. Snaturati, spenti, alieni ed avulsi da questa terra interna che non vede il mare. Sono dimenticate la fierezza e la nobiltà della vita selvatica? Che siano essi stessi, una colonia errante venduta alla modernità ed all’inganno della vita comoda e borghese? Che mangiare in una discarica possa essere il loro destino evolutivo?
Mi viene così da pensare alla mia infanzia in campagna, a quei giorni di vento e di caccia dove appresi il fascino lontano e le severe abitudini di tante specie di uccelli stanziali e migratori.
Ma è così che (non) va il mondo oggi?
Un tempo si aspettavano i merli sul far della notte, dentro un capannello intrecciato, mentre in paese rintoccavano le campane della sera. Oppure di mattina presto, con le dita indurite dalla brina ed il fiato condensato dal gelo sotto imponenti cantepini di quercia. Si doveva stare immobili per non farsi vedere o sentire, talmente scaltre erano queste creature dei boschi.
Oggi i merli se ne stanno nei parchi in città, al caldo inquinato di cappe e camini, a farsi  inseguire da una banda di ragazzini annoiati, saltellando tra una panchina arrugginita e le siepi di un grazioso giardinetto.
Gli storni ed i colombacci erano eserciti autunnali in marcia dalle steppe. Per vederli e cacciarli, nel loro mitico viaggio verso sud, avresti dovuto appostarti al passo, in montagna. Li avresti visti sfrecciare altissimi se tirava la tramontana o lungo i fossi, stormi veloci e improvvisi come fantasmi nelle ancor tiepide giornate di scirocco. Anch’essi arresi, in larga parte, alla vita stanziale, profittano degli ozi e della docile meccanica del consorzio umano.
Solo la ghiandaia conserva una certa schiva solitudine.

Ascolto consigliato. “The Archer”, William Patrick Corgan

 

 

 

 

 

“Nothing lives for long
Only the land and the mountains.”
(White Antelope)

“I heard that you would put us on a reservation near the mountains. I do not want to go there. I like to roam the praries. There I feel free and happy, but when we stay in one place we become pale and die.”
(Satanta, Kiowa chief)

Do the seagulls of Belladanza seem happy to you? And you yourself, hassled and sad, do you really feel happy?
If you take the E45 towards Perugia, just after the Santa Lucia exit looking at the fields on your right, you will see a myriad of plots dotted with motionless white flecks, sometimes pacing around in the sun. At other times they point like arrows from the hills down to the Tiber, beaks aimed at the speeding cars.
Yes, seagulls. Fearless and legendary companions on ocean crossings, stars of mysterious ghost ships cranking up the drama of the body and the human soul. Totemic animals for the human condition in solitude and revolt, woven through the tobacco clumps in an outlying field. Drifting, extinguished, aliens in this inland place that looks out on no sea. Is all the pride and nobility of the wild creature forgotten? What are they now, a footloose colony bound over to the modernity and falsity of comfortable middle-class life? Is eating from a rubbish dump truly their evolutionary destiny?
It makes me think of my childhood in the countryside, windy days out hunting where I learned about the distant charm and rigid habits of many species of resident and migratory birds.
But is that how the world is (isn’t) today?
Once you waited for the blackbirds to arrive in a twisted knot at nightfall, while across the countryside the bells of the evening tolled. Or on early mornings, when one’s fingers were hardened by frost and one’s breath condensed freezing under impressive Oak cantepini. You had to stay still not to be seen or heard, the woodland creatures were so shy.
Today the blackbirds hang out in city parks, in the warmth of polluted fireplaces and chimneys, to be chased by a gang of bored kids, hopping between a rusty bench and the hedges of a pretty little garden.
The starlings and pigeons were autumn armies marching from the steppes. To see and trap them out, on their mythical southward journey, you would have to set foot in the mountains. You would have seen them wheel high up if the Tramontana blew or going along the ditches, in fast and sudden storms like ghosts in the still tepid days of the Sirocco. They too have abandoned themselves, in large part, to a sedentary life, taking advantage of the idleness and docile mechanics of human society.
Only the jay maintains a certain evasive loneliness.

Recommended listening. The Archer, William Patrick Corgan