Aristocrazia e narcisismo

Aristocracy and narcissism
20/06/2018 - 15:45

Ma tu eri mia, e come mia t'ho amata, | come mia t'ho lodata; era ben mia | quella cosa di cui andavo fiero; | e mia sì fortemente la sentivo, | da non appartenere più a me stesso | con altrettanta forza, tanto in alto | è stata sempre lei nella mia stima.

(Leonato: atto IV, scena I), W. Shakespeare, “Molto rumore per nulla”.

Shakespeare è un fine conoscitore dell’animo umano ed anche nelle sue commedie, gioco forza, da sempre risuona una melodia drammatica, seppur tra mille arguti espedienti letterari. Eccola dunque questa condizione tragica, di grande purezza. Per vivere (e amare) si deve rinunciare a sé stessi. O meglio si deve uscire da sé stessi.
Scomodiamo ora la solennità di Riccardo III e la sua celebre autarchia esistenziale, quanto la sua nobile (e vana) voglia di non piegarsi all’umore di alcuno:

Poiché non sono capace di adulare,
di ostentare un amabile contegno,

di sorridere in faccia, di lisciare,
d’ingannare, imbrogliare, civettare
ed inchinare il capo alla francese
con la smorfiosità d’uno scimmiotto
debbo perciò esser considerato
un astioso nemico?
Un galantuomo non può vivere
pensando di far male agli altri,
e senza che codesta sua lealtà
debba essere presa per malverso
da vellutati, striscianti furbastri?
” 

Amore, amicizia, potere. Essere colpiti dal discredito è una inevitabile conseguenza di un’etica aristocratica. Un effetto collaterale che come una malattia misteriosa ammorba lo slancio verso l’altro. Che ripiega nel lato oscuro della ‘conquista’ e della sopraffazione quale difesa ad una insormontabile alterità nella geometria umana di due o più linee rette.
Che fare? Abbandonarsi ad un narcisismo nichilista ed autoreferenziale? Oppure tentare una felicità ‘in comune’, una partecipazione al consorzio umano?
Una prospettiva duale che tra tutte pare la più amletica.
Essere o non essere? E nel primo caso condividere, ahimè!

Ascolto Consigliato: “Parole di Burro”, Carmen Consoli

 

But mine and mine I loved and mine I praised
And mine that I was proud on, mine so much
That I myself was to myself not mine
Valuing of her…

(Leonato: act IV, scene I), Shakespeare, Much Ado About Nothin

Shakespeare shows great understanding of the human soul and in his comic plays too a dramatic refrain always resounds, albeit nestled amongst a thousand witticisms. Here therefore is our tragic condition shown in great purity. To live (and love) you must deny self. Or rather you have to escape yourself.
Even more disturbing the seriousness of Richard III and his famous existential autarchy, his noble (and vain) wish not to bow to anyone else’s mood:

Because I cannot flatter and speak fair,
Smile in men’s faces, smooth, deceive and cog,

Duck with French nods and apish courtesy,

I must be held a rancorous enemy.

Cannot a plain man live and think no harm,

But thus his simple truth must be abused

By silken, sly, insinuating Jacks?

Love, friendship, power. Being affected by dishonour is an inevitable consequence of an aristocratic ethic. A side effect that, like a mysterious illness, corrupts relations with the other. Which turns into the darkness of “conquest” and oppression as a defence against an insurmountable alterity in the human geometry of two or more straight lines.
What to do? To abandon oneself to a nihilistic and self-referential narcissism? Or is it more tempting to endure a “shared” happiness and participate in the human consortium ?
A dual perspective that seems the most Hamletic of them all.
To be or not to be? And in the first case, to share, alas!

Recommended Listening: Parole di Burro, Carmen Consoli