Darsi alla macchia

Take to the woods
13/10/2015 - 21:15

Convengo che è autunno quasi per caso. Contorto e controvoglia, tal fosse un sillogismo od una questione di logica. Me ne accorgo perché ieri, ritrovandoci, abbiamo mangiato funghi e castagne. Mi convinco poiché stamattina ho visto il Tevere fumare di nebbia ed i campanili raminghi domare una città spettrale, accovacciata sotto un cielo basso e greve.

Ancora instupidito dalla burrasca, mi pento ed impreco contro la solita miscela narcotica: un risveglio troppo arrembante ed il torpore postprandiale di una manciata ultracalorica di biscotti. Scendo in ascensore in trance come fossi un automa di Pavlov. Un veloce passaggio in garage e sono già fuori sul piazzale, sciupato dietro un caseggiato che profila anonime geometrie. Sono avvolto dalla bruma, imperlato, imbiancato e stinto.

Ingranare le prima è un riflesso condizionato. Si parte sempre dalla marcia più bassa. Ci hanno detto così. Non ci vuole fretta di andar forte, ma pazienza, spirito di servizio ed una decisa, ferma progressione.

Mi accorgo dunque che è autunno per cause accidentali, procedurali e vagamente biologiche. Anche da quel punto di dermatite che lambisce il mio occhio sinistro – che, senza sconti, segna il passo di stagione.

E con questa illuminazione subitanea cresce la brama di darsi alla macchia. Certo! Ed alla svelta. Qua pare tutto stemperato. Non c’è forza. Non c’è più traccia delle origini, i giorni si succedono irragionevoli. Un immondo ingranaggio l’orologio del tempo. Che fare dunque per ritrovarsi. Per riconoscersi. Per non lasciarsi travolgere da un temibile e poderoso vuoto esistenziale. Per non farsi vincere dal divertissement borghese di un cinema di periferia, di una commedia buffa, la domenica, traversando borgate spente, grigie e perse nella caducità di un’ignota indefinita attualità – che non può ancora dirsi vita. Un’operetta, futile, ingiuriosa. Che catastrofe. Fuggiamo. Meglio se insieme, amore. Perché io ho te. E tu hai due cuori. Come Pier della Vigna per Federico II, di me conosci e padroneggi l’animo e la mente.

E’ presto detto. E’ deciso. Non occorre interrogarsi oltre. Che spreco di energie, suvvia. Darsi alla macchia è un invito, anzi un imperativo, meglio un manifesto! Darsi alla macchia per ritrovare quei sentieri interrotti che si perdono tra le frasche. Già, proprio un bell’inganno. Ci si ammazza tra i rovi certi del cammino e poi … niente più luce e solo fatiche da somaro. Oh, che brutta faccenda! Un groviglio di vitalbe infernali a rigarti il viso e parar la strada. Peggio del delta del Mekong.

Mentre porti la tua croce, bestia da soma che non sei altro, non dimenticarti il giorno in cui, forse per accidente, trovasti la tua radura illuminata.

 

Ascolto consigliato: Cesare Cremonini (Lost in the weekend)

Convengo che è autunno quasi per caso. Contorto e controvoglia, tal fosse un sillogismo od una questione di logica. Me ne accorgo perché ieri, ritrovandoci, abbiamo mangiato funghi e castagne. Mi convinco poiché stamattina ho visto il Tevere fumare di nebbia ed i campanili raminghi domare una città spettrale, accovacciata sotto un cielo basso e greve.

Ancora instupidito dalla burrasca, mi pento ed impreco contro la solita miscela narcotica: un risveglio troppo arrembante ed il torpore postprandiale di una manciata ultracalorica di biscotti. Scendo in ascensore in trance come fossi un automa di Pavlov. Un veloce passaggio in garage e sono già fuori sul piazzale, sciupato dietro un caseggiato che profila anonime geometrie. Sono avvolto dalla bruma, imperlato, imbiancato e stinto.

Ingranare le prima è un riflesso condizionato. Si parte sempre dalla marcia più bassa. Ci hanno detto così. Non ci vuole fretta di andar forte, ma pazienza, spirito di servizio ed una decisa, ferma progressione.

Mi accorgo dunque che è autunno per cause accidentali, procedurali e vagamente biologiche. Anche da quel punto di dermatite che lambisce il mio occhio sinistro – che, senza sconti, segna il passo di stagione.

E con questa illuminazione subitanea cresce la brama di darsi alla macchia. Certo! Ed alla svelta. Qua pare tutto stemperato. Non c’è forza. Non c’è più traccia delle origini, i giorni si succedono irragionevoli. Un immondo ingranaggio l’orologio del tempo. Che fare dunque per ritrovarsi. Per riconoscersi. Per non lasciarsi travolgere da un temibile e poderoso vuoto esistenziale. Per non farsi vincere dal divertissement borghese di un cinema di periferia, di una commedia buffa, la domenica, traversando borgate spente, grigie e perse nella caducità di un’ignota indefinita attualità – che non può ancora dirsi vita. Un’operetta, futile, ingiuriosa. Che catastrofe. Fuggiamo. Meglio se insieme, amore. Perché io ho te. E tu hai due cuori. Come Pier della Vigna per Federico II, di me conosci e padroneggi l’animo e la mente.

E’ presto detto. E’ deciso. Non occorre interrogarsi oltre. Che spreco di energie, suvvia. Darsi alla macchia è un invito, anzi un imperativo, meglio un manifesto! Darsi alla macchia per ritrovare quei sentieri interrotti che si perdono tra le frasche. Già, proprio un bell’inganno. Ci si ammazza tra i rovi certi del cammino e poi … niente più luce e solo fatiche da somaro. Oh, che brutta faccenda! Un groviglio di vitalbe infernali a rigarti il viso e parar la strada. Peggio del delta del Mekong.

Mentre porti la tua croce, bestia da soma che non sei altro, non dimenticarti il giorno in cui, forse per accidente, trovasti la tua radura illuminata.

 

Ascolto consigliato: Cesare Cremonini (Lost in the weekend)

I realise that it’s autumn almost by accident. Twisted and reluctantly, as if a syllogism or a matter of logic. I notice this because yesterday, meeting up, we ate mushrooms and chestnuts. I become sure because this morning I saw the Tiber smoke fog and the wandering church steeples taming a ghost town, squatting under a low and heavy sky.

Even stupefied by the storm, I repent and curse against the usual narcotic mixture: the groggy awakening after a postprandial torpor from a handful of super-caloric biscuits. I go in the lift in a trance as if I was a Pavlovian automaton. A quick walk to the garage and I’m already out on the worn-out parking apron, behind the anonymous geometric profiles of blocks. They are shrouded in mist, pearly, bleached and faded.

Engaging in first is a conditioned reflex. Always start in the lowest gear. They told us so. You shouldn’t be in a hurry to go fast, but patience, spirit of service and strong, steady progress.

I realize then that it is Autumn accidentally, procedurally and vaguely organically. Even from the touch of dermatitis in my left eye – which, without allowances, sets the pace of the season.

And with this sudden illumination the desire increases to take to the woods. Sure! And fast. Here it seems everything dissolves. There is no force. There is no trace of the origins, the days follow each other unreasonably. The clock of time an unclean mechanism. What should one do to find oneself. To identify. Not to be overwhelmed by a formidable and powerful existential void. To not be overcome by the bourgeois divertissement of a suburban cinema, a funny comedy, Sunday, going past exhausted villages, gray and lost in the futility of an unknown indefinite actuality – which can not yet be said to be living. An operetta, frivolous, insulting. That catastrophe. Let us flee. Better if together, love. Because I have you. And you have two hearts. Like Pier delle Vigne for Federico II, you know me and you master my mind and my soul.

It’s easily said. And decided. No further questioning. What a waste of energy, come on. Take to the woods is an invitation, indeed an imperative, better a manifesto! Take to the woods to find those broken paths lost among the branches. Already, just a nice illusion. We kill ourselves going some way through the brambles and then... no more light and just beastly effort. Oh, what a terrible thing! An infernal tangle of clematis scratches the face and blocks the path. Worse than the Mekong Delta.

While wearing your cross, beast of burden that you are, do not forget the day when, perhaps by accident, you found your glade illuminated.

 

Recommended listening: Cesare Cremonini (Lost in the weekend)